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Comunicazione e linguaggio bellico: è possibile evitarlo?

    Ogni giorno lavoro ad attività online e offline con le quali cerco di far sì che i bambini più vulnerabili del mondo ricevano cure, aiuto e sostegno.

    In tutto il pianeta, ci sono circa 200 milioni di bambini senza speranza. Tutto questo a causa di malattie prevenibili, povertà, violenza e guerra.

    Secondo altre stime, 100 milioni di bambini di età inferiore a 5 anni sono gravemente malnutriti.

    Negli anni ho conosciuto tante organizzazioni che fanno un lavoro straordinario a favore dei più deboli. Spesso però, anche nei manuali della comunicazione per organizzazioni non profit emergono espressioni incoerenti – a mio parere – con le più nobili intenzioni.

    Parlo di termini come sul campo. Oppure base, strategia, campagna, pianificazione, avanzamento, obiettivo. O termini inglesi come execution, engagement, intelligence, logistics, escalation e l’onnipresente target. E, incredibilmente, anche la parola mission.

    Ci hai mai pensato? Sono tutte parole mutuate dal gergo bellico. E personalmente credo che l’incongruenza tra questa terminologia e la solidarietà sia profonda.

    Come appassionato di comunicazione online e offline, sono convinto che sia importante condividere contenuti rilevanti per chi ascolta, sostiene e ama le missioni e le organizzazioni umanitarie.

    Purtroppo però, i libri e i corsi di comunicazione sono permeati di termini provenienti da secoli di guerre, azioni militari, colonialismo e sfruttamento. E spesso, le azioni di marketing sono percepite da molti come vere e proprie campagne militari.

    Walter Benjamin, uno dei più grandi filosofi e critici moderni, scrisse:

    Non esiste documento di civiltà che non sia, al contempo, un documento di barbarie.

    In molti, troppi contesti, all’impiego di un linguaggio di chiara radice bellica viene associato un grado di serietà e autorevolezza senza eguali.

    Per questo, trovare nuove soluzioni linguistiche che risolvano la questione del gergo militare in ambito marketing o comunicazione richiederà impegno. Dobbiamo ripensare la nostra terminologia – è difficile ma non impossibile.

    • Al posto di campagna, diciamo iniziativa solidale.
    • Al posto di obiettivo, diciamo traguardo da raggiungere.
    • Al posto di engagement, diciamo coinvolgimento.
    • Al posto di target, diciamo pubblico di riferimento.

    Credo che le parole che usiamo e i nostri pensieri siano fondamentali. Perché sono loro a dar vita alle nostre azioni, quelle stesse azioni che ci permetteranno di costruire un mondo migliore. Perché lo dobbiamo a noi stessi e al futuro dei bambini.

    Perché diciamolo chiaramente: la guerra fa schifo.

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    Davide Fuligno

    Digital content editor, mi occupo di copywriting, siti, social media, newsletter, video, strategia digitale e SEO/SEM – con particolare passione per il non profit